Articolo2_3Castello di Illasi, Villa Perez Pompei Sagramoso, il grande Giardino all’Italiana.
E l’annesso ristorante “Le Cedrare”. Un’intera collina sulla quale svetta il suggestivo castello di epoca prescaligera e alle cui pendici si dirama la vasta proprietà terriera dominata dalla villa veneta, con annesse barchesse e scuderie, incastonata in un verde secolare ma rigoglioso, geometricamente definito. Un complesso di grande impatto architettonico e artistico. Un salto nel passato, prossimo e lontano dove lo sfavillio della nobiltà rurale del tardo seicento ha lasciato il passo alla moderna coltura della vite e dell’olivo.
Noi ci siamo fatti guidare, all’interno della grande tenuta, proprio da uno dei diretti discendenti della dinastia Sagramoso, il conte Lapo Sagramoso. A bordo delle nostre Twizy, formidabili e silenziose vetture elettriche, abbiamo percorso i circa sei chilometri di tornanti che tagliano in diagonale la collina, e dalla Villa conducono al Castello. Il tour è davvero suggestivo e pure esclusivo. Non è da tutti poter godere l’accesso alla tenuta e la scalata al Castello comodamente seduti su quattro ruote che mordono lo sterrato e si infilano nella penombra del bosco. Ed è così che, in questo safari culturale, ci scappa di vedere una lepre e un mezzo capriolo.

Solo mezzo perché, mentre ce ne rendiamo conto, l’altra metà ha già attraversato il sentiero tuffandosi nel bosco. E al ritorno, i nostri passi faranno alzare in volo una fagiana che sostava accovacciata nel fresco della vegetazione, ignara di noi intrusi. Raramente infatti la fauna del luogo è disturbata dal genere umano. Ma torniamo alla salita e al Castello. Impossibile non conoscerne l’esistenza, almeno per chi frequenta l’est veronese. Lo si nota a parecchia distanza. Certo, non è ben conservato come quello di Soave – castello scaligero con mura merlate che abbracciano la cittadina -, d’altro canto qui siamo decisamente in tutt’altra epoca.

È dunque plausibile il diverso stato di conservazione, come anche le differenti fattezze dei due manufatti.Articolo2_2
Il castello di Illasi appare fascinoso e sinistro nelle notti di luna piena e la sua posizione ben circoscritta tra i confini della tenuta Sagramoso non consente incontri ravvicinati. Per raggiungerlo e visitarlo occorre entrare nel perimetro del muro di cinta accedendo da un importante cancello rigorosamente chiuso a chiave. Ma per noi nessun ostacolo, nessuna porta chiusa. All’apice della collina abbiamo parcheggiato le Twizy, percorso un centinaio di metri a piedi nella quiete del bosco e sostato davanti al cancello, in attesa del giro di chiavi.
Poi, eccoci: al cospetto della storia millenaria e delle prodezze di costruttori arditi e creativi. Davanti a noi la sagoma poderosa del maniero, avviluppata da sterpaglie e corpulenti fili d’erba ingialliti dal sole. Ci facciamo largo nel prato inselvatichito e sondiamo i dintorni con stupore. La torre del castello, il palazzo affiancato, le stalle, i resti dell’abbondante cisterna con al centro il pozzo. E un gelso bianco dai frutti presto maturi.

Tutto sa di storia e leggende, di cavalieri e fantasmi. Attorno, solo lo stridio degli uccelli che danzano nella luce bianca del giorno. Falchetti, gazze e cornacchie. Eccolo lì il tempo: arretrato d’improvviso.

Il safari prosegue nei meandri del manufatto e le indicazioni del conte Sagramoso si fanno preziose e arricchenti. Conoscere equivale ad apprezzare. E scopriamo come il fortilizio rappresenti da sempre un interessante rompicapo per archeologi e studiosi, perché ritenuto tecnologicamente avanzato per la sua epoca e perché non è mai stata chiara, fino in fondo, la sua destinazione d’uso: condivisa tra funzioni militari e di rappresentanza. Articolo2_1Avalla tale ipotesi la presenza, al suo interno, di un grande arco che divide l’area, all’epoca abitabile, in due zone: l’androceo e il gineceo, rilevando quindi la presenza di figure femminili che poca si confà a scopi militari. Perlustriamo ogni spazio calpestabile e ci immaginiamo nelle vesti dei feudatari dell’epoca, intenti a scandagliare la Valle d’Illasi e la Val Tramiglia, laggiù, fin dove lo sguardo arriva.

Poi, pian piano, immersi nel silenzio della natura che difende se stessa, torniamo verso il cancello. Lanciamo gli ultimi sguardi alla fortezza e all’unica campana, in bronzo antico, appesa lassù nella torre. Negli anni scandiva le nascite dei nobili di corte, ora accoglie volatili in cerca di ristoro.
Torniamo a valle dagli stessi tornanti dell’andata. Una lenta discesa prima tra le fronde fresche del bosco, poi accanto ai filari di viti ordinatamente disposti. Qui crescono vini importanti, dall’Amarone al Valpolicella, ai bianchi del Soave.Articolo2_4

E, di nuovo alle pendici, entriamo quasi trionfali nella circonferenza della Villa.

Le piccole vetture si perdono nell’immensità della facciata principale. Non disturbano, forse rallegrano un poco la severità del luogo, che emerge nonostante l’armonia dei giardini fioriti. Quasi a sottolineare l’importanza che, nei secoli, quel sito, ha significato per il territorio di Verona e per la Serenissima Repubblica di Venezia. Merita rispetto oltre che stupore. Quindi, ascoltiamo ancora con interesse le parole di chi lo rappresenta. Lapo ci decanta l’organizzazione degli spazi conforme alle esigenze e ai ritmi di chi li abitava. L’opera è dell’architetto Pellesina, autore di parti della reggia di Versailles e di Villa Sigurtà a Valeggio sul Mincio.

Ci racconta e descrive gli affreschi che impreziosiscono le stanze e i soffitti della Villa. Decorazioni neoclassiche ben conservate che meritano una visita ad hoc. Abbiamo pertanto ragione di organizzare un altro safari culturale, sempre ad alta sostenibilità ambientale, ma privilegiando l’indoor al respiro incontaminato del vasto parco, boschivo e non, che regna indisturbato.

Stefania Zerbato